11)
La “seconda restaurazione”. Il Piemonte liberale
In Italia, dopo il fallimento della rivoluzione del ’48-’49,
l’unico Stato che conservò la Costituzione fu il Piemonte. Negli altri Stati, si verificò il ritorno dell’assolutismo,
aggravato dalla presenza di truppe di occupazione: guarnigioni austriache rimanevano in Lombardia, in Toscana e nello Stato
Pontificio, mentre truppe francesi presidiavano Roma.
1)
nel Lombardo-Veneto governatore fu, fino al 1857, il maresciallo Radetzky. Le congiure mazziniane,
cui parteciparono tutti gli strati sociali, vennero spietatamente stroncate (processi e condanne a morte nel 1851, 1852, 1853,
1855). Ricordiamo:
- 1852-53: processi di Mantova contro patrioti mazziniani:
9 impiccagioni sugli spalti di Belfiore (fra gli altri, Carlo Montanari, Tito Speri, don Tazzioli e don Grazioli);
- 1853: sanguinosa repressione di un moto milanese;
- 1855: impiccagione del capitano Pier Fortunato Calvi, eroe
della lotta in Cadore nel 1848, e promotore di una rivolta nel Trentino.
2)
nello Stato
Pontificio Pio IX tornò al reazionarismo di Gregorio XVI, senza neppure tener conto dell’invito di un’azione
riformistica rivoltogli dallo stesso Napoleone III;
3)
nel Regno
delle Due Sicilie Ferdinando II condannò prima a morte e poi
all’ergastolo intellettuali come Spaventa, settembrini e Poerio; in campo economico adottò una miope politica protezionistica,
che contribuì ancor più all’isolamento del Regno a livello nazionale e internazionale; la Sicilia fu oppressa.
Il Piemonte liberale e il ministero
D’Azeglio (1849-1852) – Il nuovo sovrano Vittorio Emanuele II (1849-1878), conservò lo Statuto albertino, pur pretendendo di esercitare un forte
potere personale. Il ministero d’Azeglio attuò importanti riforme per la laicizzazione dello Stato.
1)
Il governo con a capo il moderato Massimo
D’Azeglio, trattò la pace di Milano con l’Austria, firmata il 9 agosto 1849: il Piemonte doveva
pagare un’indennità di 75 milioni, ma non subiva perdite territoriali;
2)
Di fronte al rifiuto della Camera di ratificare la pace, Vittorio Emanuele II sciolse l’assemblea,
indisse nuove elezioni e invitò l’elettorato ad eleggere rappresentanti di orientamento più moderato (proclama di Moncalieri, 11/1849). La nuova Camera ratificò il trattato di
pace: la crisi istituzionale (il pericolo di abolizione dello Statuto), fu evitata, e il governo D’Azeglo potè portare
avanti l’esperimento liberale, e una seria opera di riorganizzazione e ammodernamento dello Stato;
3) Nel
1850 vennero approvate le leggi Siccardi (dal nome del ministro della Giustizia), che regolavano i rapporti tra Stato e Chiesa e che provocarono una
durissima reazione dei clericali, preludio del futuro
conflitto tra il nascente Stato liberale e la Chiesa Cattolica.
Esse infatti, eliminavano privilegi ecclesiastici, tra i quali:
a)
il diritto
di asilo (per cui i rei rifugiatisi nelle chiese o nei conventi non potevano essere perseguiti dalla legge);
b)
il foro
ecclesiastico (tribunali formati da ecclesiastici competenti a giudicare i religiosi in materia di reati comuni);
c)
la manomorta (beni
della Chiesa inalienabili e non assoggettati a tasse).
4) Nel 1850 D’azeglio chiamò al governo il conte Camillo Benso Conte di Cavour, già distintosi tra i
liberali moderati nel dibattito sulle leggi Siccardi), come ministro dell’agricoltura, delle finanze e della marina.
2) Camillo Benso di Cavour (1810/1861)
Nato a Torino nel 1810, Cavour era stato avviato alla carriera militare;
dimessosi, aveva soggiornato a lungo in Svizzera, in Francia, in Inghilterra, in Belgio, appassionandosi soprattutto ai problemi
dell’agricoltura e dell’economia. Tornato in Italia, si occupò del patrimonio familiare (trasformò in tenuta modello
il fondo agricolo di Leri nel Vercellese), e si dedicò al giornalismo (fondò il “Risorgimento”) e alla politica.
Il pensiero politico ed economico:
1)
Sul piano
politico-sociale sostenne un liberalismo moderato: auspicava riforme e trasformazioni che garantissero un ordinato
e graduale progresso civile. Pur consapevole del fatto che l’allargamento della base elettorale era inevitabile nel
corso storico, era diffidente verso ogni veloce modificazione e pertanto verso un’attuazione immediata del suffragio
universale. Avversò il socialismo, perché riteneva che solo la libera iniziativa individuale potesse portare ad una società
dinamica e progressista; al tempo stesso però, fu sostenitore del parlamentarismo,
cioè di un sistema in cui il governo è politicamente responsabile di fronte al Parlamento (o anche di fronte al Parlamento).
2)
Sul piano
della questione nazionale, il suo obiettivo fu l’esclusione dell’Austria dai territori italiani,
da realizzarsi ad opera dello Stato sardo, che doveva ampliarsi fino a costituire, secondo le mire tradizionali dei Savoia,
un regno dell’Alta Italia; nei primi anni del suo governo, Cavour non ebbe
come meta l’unità politica della penisola.
3)
Sul piano economico, fu seguace del liberismo: la sua formazione cosmopolita gli diede la convinzione
della stretta interdipendenza tra libertà economica
e libertà politica.
Cavour ministro dell’agricoltura, delle finanze e della marina
(1850-1852):
1)
stipulò
trattati di commercio
con la Francia (1850), con l’Inghilterra e col Belgio (1851); abolì il dazio
sul grano, avviando il passaggio dal protezionismo al liberismo;
2)
nel 1852
realizzò il “connubio”, ossia l’accordo fra la sinistra più moderata, guidata da Urbano Rattazzi,
e la destra più liberale (accordo che emarginava sia i clericali-conservatori, sia i più accesi democratici). Si formò così
un centro liberale e progressista, volto all’ammodernamento
dello Stato: una forte maggioranza che sostenne la politica di Cavour,
quando questi fu incaricato nello stesso 1852, di formare il nuovo governo. Col Connubio Cavour si assicurò una stabile maggioranza,
legando strettamente le sorti del Governo al Parlamento e a conferire al Presidente del Consiglio – la cui funzione
non era nemmeno menzionata nello Statuto – una grande importanza, che gli permetteva di competere al pari con lo stesso
re. Tuttavia, la degenerazione del “connubio” in seguito diede luogo all’ambiguo fenomeno del “trasformismo”.
3) Cavour primo ministro (novembre 1852- luglio 1859)
Cavour, prima ancora di diventare presidente del Consiglio, vedeva
il Piemonte come lo Stato-guida, centro di attrazione della borghesia liberale di tutta Italia. Si verificò così un vasto
fenomeno di immigrazione politica: in Piemonte si rifugiarono 20/30.000 esuli da ogni parte d’Italia
(molti dal meridione: Mancini, Spaventa, Crispi, De Sanctis). Gli emigrati parteciparono attivamente alla vita civile amalgamandosi
col ceto dirigente piemontese, gettando le basi per la futura classe politica italiana.
Quando D’Azeglio si dimise per contrasti col re, nel novembre
1852, Cavour ebbe l’incarico di formare il nuovo governo, che durò sino al 1859.
Politica Interna
1) trasformazione di fatto (non nella forma), del sistema costituzionale puro in sistema parlamentare, e conseguente
limitazione dei poteri politici del re;
2) riordinamento dell’esercito e della
marina (arsenale militare di La Spezia, importante base per la marina da guerra).
3) Politica economico-finanziaria
a)
consolidamento del libero scambio, che favorì specialmente l’agricoltura;
b)
potenziamento delle linee ferroviarie, che passarono dagli 8 km del 1848 agli 850 nel 1859 (traforo del Frejus,
1857-1871);
c)
potenziamento dell’industria siderurgica
e meccanica, anche mediante “commesse statali” e l’istituzione di una Banca
Nazionale per la concessione di prestiti a bassi interessi;
d)
rete di canali nel vercellese e nel novarese (canale
Cavour), per l’irrigazione delle risaie;
e)
ammodernamento del porto di Genova che, collegato per
ferrovia a Torino, ebbe un ampio retroterra commerciale e divenne uno scalo per il traffico transatlantico;
f)
Questa politica comportava forti spese, con inasprimento
delle imposte dirette. Cavour fu contrario all’imposta progressiva sul reddito, che avrebbe costituito “un ostacolo
alla formazione di nuovi capitali”, necessari ad una società in espansione.
4) Progressiva laicizzazione
dello Stato
a)
Crisi Calabiana: nel 1855 Rattazzi – sostenuto da Cavour – presentò un progetto di legge
sullo scioglimento degli organi religiosi “contemplativi” (non dediti all’istruzione, alla predicazione
o all’assistenza), e sull’incameramento dei loro beni. Il progetto provocò una gravissima crisi: il vescovo Nazari di Calabiana fu il capofila degli
oppositori. Cavour si dimise per alcuni giorni, ma poi il re, sotto la pressione dei liberali, dovette suo malgrado (vista
la sua antipatia per il ministro), richiamarlo al governo: la legge passò, sia pure con alcune modifiche.
b)
In seguito Cavour modificò la concezione giurisdizionalistica
che aveva ispirato la legge, e sostenne la tesi più moderna dell’indipendenza reciproca tra Chiesa e Stato: “libera
Chiesa in libero Stato”. La tesi – ambigua e molto discussa
– sosteneva la necessità di uno Stato rigorosamente laico e di una Chiesa libera di svolgere la sua missione spirituale
senza pretendere però privilegi nel campo dell’amministrazione civile e politica e soprattutto pronta a rinunciare al potere temporale. Questa
tesi esprimeva il “giusto mezzo” tra il giurisdizionalismo e le tendenze teocratiche.
Politica Estera
1)
inserimento della politica del Piemonte in quella delle grandi potenze,
attraverso un’intensa attività diplomatica;
2) azione antiaustriaca in vista della formazione di un Regno dell’Alta Italia;
conseguentemente il Piemonte liberale si propose come guida del processo unitario contrapponendosi
all’iniziativa democratica.
4) Vicende del mazzinianesimo: “Partito d’azione” e “società nazionale”. La spedizione di
Sapri
Dopo il biennio 1848/49 e i tragici esiti dei nuovi tentativi mazziniani (martiri di Belfiore), Mazzini non
cessa la sua attività di agitatore. Nonostante la sua avversione per la lotta di classe, tentò di aggiungere i socialisti
al suo programma di lotta contro l’Impero asburgico: a tal scopo, costituì a Londra un Comitato
centrale democratico europeo (1850); nel 1853 fondò a Ginevra il Partito d’Azione, strumento di propaganda e battaglia, cui aderirono anche democratici
di orientamento socialisteggiante (si dovrà all’iniziativa del Partito d’azione, con Garibaldi, la spedizione
dei Mille); nel contempo allargò in Italia la sua propaganda ai ceti popolari urbani. In Piemonte e in Liguria sorsero società operaie di mutuo soccorso, d’ispirazione mazziniana.
D’altra parte, il succedersi dei fallimenti determinò all’interno del mazzinianesimo il formarsi di due divergenti tendenze:
1) una tendenza socialisteggiante,
che criticava da sinistra il pensiero di Mazzini: ne fu esponente Carlo Pisacane, ex ufficiale borbonico napoletano, che sosteneva la necessità di legare alla rivoluzione nazionale la
rivoluzione sociale, mobilitando delle masse contadine. Nel Mezzogiorno d’Italia la borghesia era scarsamente sviluppata.
Per Pisacane, l’Italia presentava le condizioni più favorevoli ad un movimento rivoluzionario capace
di creare un ordinamento socialista (essenzialmente basato sulla spartizione delle terre ai contadini), senza passare attraverso
la fase del regime borghese. Su questo punto la sua riflessione politica si differenziava da quella di un altro esponente
del “socialismo risorgimentale”, Giuseppe Ferrari. Pisacane fu l’eroe della tragica “spedizione di Sapri”, l’ultimo tentativo rivoluzionario mazziniano.
2) una tendenza monarchico-unitaria che, critica nei confronti dell’intransigenza repubblicana di Mazzini, proponeva
l’unione di tutti i partiti, moderati e democratici, attorno al Piemonte monarchico e liberale, in vista dell’indipendenza e dell’unità, problemi
sentiti come prioritari rispetto alla forma di governo. Sorse così, per impulso di Daniele Manin, la Società nazionale italiana (luglio 1857), col motto
“Italia e Vittorio Emanuele”: vi aderirono molti esponenti dell’immigrazione democratica in Piemonte, come
il nobile milanese Giorgio Pallavicino (presidente), e il siciliano Giuseppe LaFarina (segretario). Vicepresidente fu Giuseppe Garibaldi, tornato dall’America.
L’associazione fu preziosa al gioco di Cavour, che così per interposte persone poteva esercitare
la sua influenza sull’opinione pubblica italiana (l’associazione
agiva apertamente in Piemonte e clandestinamente nel resto d’Italia).
La spedizione di Sapri (1857)
1)
superate le divergenze di fondo, Pisacane e Mazzini organizzarono
la tragica impresa dei Trecento, la spedizione di Sapri (giugno 1857), nel Cilento: una regione misera ed oppressa, dove quindi era pensabile una rivolta locale
contro i Borboni. La spedizione fu però annientata dalle truppe borboniche, aiutate proprio dalle popolazioni rurali, convinte
di combattere contro briganti; Pisacane si uccise. I moti di Livorno e Genova, che dovevano scoppiare contemporaneamente, furono subito stroncati e Mazzini espatriò
clandestinamente; fu condannato a morte in contumacia dal governo sardo.
2)
I moti del ’57, pur fallimentari e tragici, non furono
però inutili, in quanto convinsero Cavour ad accelerare i tempi della sua
azione. Forze democratiche e forze moderate si apprestavano a giocare la carta decisiva e a concorrere – ognuna a suo
modo – al processo unitario.
5) Verso l’unificazione italiana: la II guerra d’indipendenza
La preparazione della II guerra d’indipendenza: Cavour mirava ad inserire la politica del Piemonte nel più vasto contesto della politica
europea: il cammino dell’Italia verso la II guerra d’indipendenza e verso l’unità fu preparato dall’abile
tessitura diplomatica del primo ministro:
1) la guerra di Crimea fu
la prima occasione per Cavour d’impostare una nuova politica nazionale del Regno di Sardegna. Nel Congresso di Parigi (1856), Cavour potè mettere in luce
le potenzialità ricoluzionarie dell’Italia, a causa del malgoverno dello Stato Pontificio e delle Due Sicilie e dare – nel contempo –
un’immagine del Piemonte come garante dell’ordine sociale;
2) altri elementi di carattere
internazionale colti con prontezza da Cavour:
a) l’isolamento dell’Austria dopo la guerra di Crimea e la politica di Napoleone III, desideroso
di affermare l’egemonia della Francia sul continente, ma anche timoroso
di sussulti rivoluzionari in Europa (e Cavour seppe far leva su queste paure);
b) l’insofferenza delle popolazioni italiane per i regimi assoluti e insieme l’attiva propaganda della Società nazionale, che spingeva per un Piemonte leader del movimento
di riscatto nazionale;
3) l’attentato di un esule mazziniano, Felice Orsini alla vita di Napoleone
III (1858), rinnovò nell’imperatore le paure della rivoluzione,
che Cavour sfruttò prospettando la necessità della soluzione del problema italiano per spegnere pericolosi focolai insurrezionali.
Orsini scrisse in una lettera indirizzata al sovrano: “finché l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità
dell’Europa è un puro sogno”;
4) un incontro segreto a Plombières, nei Vosgi (21-22 luglio 1858) tra Napoleone III e Cavour stabilì accordi decisivi per l’Italia. Gli alleati
avevano però mire ben diverse: egemonia francese sull’Italia e sull’Europa per il primo, egemonia del Piemonte
sull’Italia per Cavour. L’accordo – che sollevò proteste e sdegno dei democratici – si rivelò aperto
a sviluppi molto più ampi di quelli previsti.
Queste le clausole fondamentali dell’incontro:
a) l’imperatore si impegnò ad aiutare il
Piemonte con 150.000 uomini in caso di attacco austriaco;
b) la
guerra avrebbe dovuto portare alla nascita del Regno dell’Alta Italia, mediante annessione al Piemonte
del Lombardo-Veneto, della Romagna e delle Legazioni; Napoleone avrebbe ottenuto Nizza e la Savoia;
c) nelle
altre regioni (tranne il Lazio che sarebbe rimasto al Pontefice) dovevano costituirsi due regni affidati a prìncipi francesi, gli Stati Italiani avrebbero formato una confederazione sotto la presidenza del Papa.
La II guerra d’indipendenza
(26 aprile – 11 luglio 1859)
1) una volta formalizzata l’alleanza con la Francia (trattato del 18/01/1859), il
governo piemontese cercò di provocare la guerra concentrando truppe sul confine ed organizzando i “Cacciatori delle Alpi”,
volontari comandati da Garibaldi (tra l’altro, Vittorio Emanuele dichiarò all’ambasciatore austriaco di non essere
“insensibile al grido di dolore” levatosi da tante parti d’Italia). Dopo un duro ultimatum in cui chiedeva - invano - di disarmare,
l’Austria attaccò il Piemonte;
2) il 26 aprile ebbe inizio la guerra. I piemontesi allagarono le risaie del vercellese
e del novarese per rallentare l’avanzata austriaca nell’attesa delle truppe francesi. I franco-piemontesi, agli
ordini di Napoleone III, vinsero a Montebello,
Palestro e Magenta; concludendo la campagna vincendo a Solferino e San Martino (24 giugno).
3) In Toscana e nei Ducati scoppiarono insurrezioni controllare dalla
Società Nazionale. I sovrani furono costretti alla fuga e nelle Legazioni ponteficie (in Romagna e a Bologna); i
governi provvisori subito formatisi, espressero la volontà di annessione al Piemonte, che inviò commissari straordinari. Cavour riuscì così ad impedire
un’affermazione di forze repubblicane e democratiche;
4) A questo punto, improvvissamente, l’11 luglio a Villafranca, Napoleone firmò un armistizio con l’Austria, senza interpellare Cavour.
L’armistizio prevedeva:
a) la
cessione della Lombardia, tranne Mantova e Peschiera, a Napoleone III che a sua volta l’avrebbe ceduta al Re di Sardegna;
b) nel
resto d’Italia, la restaurazione delle monarchie legittime sui territori insorti;
c) la
rinuncia di Napoleone, che aveva mancato ai patti di Plombières, a Nizza e alla Savoia.
Ragioni dell’armistizio:
a) l’insoddisfacente
evolversi della situazione italiana, che vanificava le speranze di Napoleone di creare uno stato vassallo in Italia;
b) le
pressioni clericali francesi, indignati per le mutilazioni dello Stato Pontificio;
c) il
timore di un attacco sul Reno della Prussia, contraria ai progetti egemonici di Napoleone.
Amareggiato, Cavour diede
le dimissioni; subentrò un ministero La Marmora-Rattazzi.
Il movimento rivoluzionario dopo Villafranca:
Dopo la fine della guerra
regia, fu l’azione rivoluzionaria ad aprire ancora il cammino verso l’unificazione. Benché sia Napoleone sia il
governo inglese fossero contrari ad un intervento armato dell’Austria in appoggio ai sovrani cacciati, il Piemonte ritirò
i commissari straordinari. Nei ducati emiliani, nelle Romagne e in Toscana i governi provvisori (sotto la dittatura di eminenti
politici come Ricasoli a Firenze e Farini a Modena) organizzarono quindi un esercito, al comando del generale Fanti e di Garibaldi,
per impedire il ritorno dei sovrani. In questa circostanza i democratici
collaborarono coi moderati: lo stesso Mazzini, rientrato clandestinamente
in Italia, anteponendo l’idea dell’indipendenza e dell’unità a quella repubblicana, indirizzò un appello
al Re, chiedendogli di mettersi alla guida della rivoluzione nazionale.
Il ritorno di Cavour; le annessioni e la soluzione moderata
1) il
10/11/1859 fu firmata la pace di
Zurigo, che ratificava l’armistizio di Villafranca, non affrontando
però le questioni dell’Italia centrale; ma l’Inghilterra si mostrò favorevole alla formazione di un forte Regno
d’Italia che equilibrasse il potere della Francia.
2) Cavour,
tornato al governo nel gennaio 1860 negoziò con Napoleone la cessione alla Francia di Nizza e della Savoia, in cambio dell’annessione al Piemonte di Emilia, Romagna e Toscana;
3) Nel
marzo 1860 una serie
di plebisciti preparati dalle forze moderate sanzionò l’annessione dell’Emilia, della Romagna e della Toscana
al Piemonte; con analoghi plebisciti Nizza e Savoia divennero francesi. Veniva
così riconosciuto il principio internazionale dell’autodecisione dei popoli;
4) Pio
IX scomunica coloro che avevano invaso lo Stato Pontificio.
6) La spedizione dei Mille
e la proclamazione del Regno d’Italia
I frettolosi plebisciti, l’allargamento degli ordinamenti piemontesi alle altre regioni, l’amarezza
per la perdita di Nizza e della Savoia sentita da Garibaldi e dai detrattori di Cavour avevano lasciato profondi strascichi.
D’altra parte, la linea
moderata – che voleva evitare complicazioni internazionali – non era più percorribile: il programma unitario doveva
passare nelle mani dei mazziniani, garibaldini, seguaci di Cattaneo (democratici), che rilanciarono il Partito d’azione, col programma di un’iniziativa rivoluzionaria nello Stato Pontificio e nel sud, dove, dal 1858 l’inetto Francesco II era subentrato a Ferdinando II.
La spedizione dei Mille (maggio 1860)
1) due
siciliani esuli in Piemonte, Francesco Crispi e Rosolino Pilo (mazziniani),
concepirono il progetto di una spedizione nell’isola, percorsa da
fremiti insurrezionali. Nell’aprile 1860 scoppia una rivolta popolare
a Palermo (subito stroncata); Pilo accorse in Sicilia per dirigere il movimento,
rimasto attivo nelle campagne; Crispi convinceva intanto Garibaldi (che godeva anche dell’appoggio e della simpatia
del re) ad assumere la guida della spedizione.
2) Cavour
si oppose nettamente al progetto, perché temeva ripercussioni negative
sul piano internazionale e possibili sviluppi mazziniani, ma di fronte al fatto compiuto cercò di preparare l’annessione
al Piemonte della Sicilia inviandovi un altro siciliano, Giuseppe La Farina,
ex segretario della Società nazionale.
3) tra
il 5 e il 6 maggio, un migliaio di volontari – impadronitisi di due
navi della società Rubattino, salparono da Quarto e dopo una sosta a Talamone per rifornirsi di armi, l’11 maggio sbarcarono a Marsala, salutati dai contadini come “liberatori”, non solo dalla tirannia borbonica,
ma anche dallo sfruttamento dei baroni latifondisti. A Salemi Garibaldi assunse la “dittatura” dell’isola in nome di Vittorio Emanuele
(14/05): in poco più di un mese, in un clima di entusiasmo e già di leggenda con le vittorie di Calatafimi, Palermo e Milazzo, liberò la Sicilia. Avevano
giovato al successo, le strategie della “guerriglia” apprese da Garibaldi durante le lotte in Sudamerica, e l’apporto popolare alla spedizione tramite
le migliaia di “picciotti” volontari.
4) In
Sicilia, il governo garibaldino nonostante il programma di “dittatura
democratica” cioé al servizio del popolo, attuò moderate riforme sociali, data la necessità di legare alla causa antiborbonica
nobili e borghesi: furono repressi i tentativi di insurrezione contadina
contro la proprietà, come a Bronte, dove il generale Nino Bixio procedette a fucilazioni e arresti. Presto i contadini cominciarono a diffidare dei “mille”.
Garibaldi libera il napoletano e i piemontesi le Marche e l’Umbria
1) agosto
1860: Garibaldi, affidata la Sicilia a un governo provvisorio presieduto
da Crispi attraversò lo stretto di Messina e iniziò la marcia verso Napoli. Il 6 settembre Francesco II, che nel giugno si
era deciso a concedere la Costituzione, si ritirò nella fortezza di Gaeta, l’indomani Garibaldi entrò trionfalmente
a Napoli raggiunto da
Cattaneo e Mazzini, che
lanciò l’idea di una Costituente nazionale per dare un assetto democratico al costituendo Stato unito.
2) Cavour,
sostenuto anche da Napoleone, al
quale presentò ancora il Piemonte come forza di opposizione alla minaccia democratica e a un eventuale attacco garibaldino
contro Roma, decise di prevenire l’iniziativa dei repubblicani: un esercito piemontese, al comando dei generali Fanti
e Cialdini, entrò nelle Marche e nell’Umbria, dove ottenne – contro le truppe ponteficie – la vittoria di Castelfidardo (18/09). Poco
dopo le truppe borboniche subirono la decisiva disfatta del Volturno (02/10)
ad opera dei garibaldini.
3) Alcuni
giorni dopo Cavour fece approvare dal Parlamento una legge che decretava ulteriori “annessioni” allo Stato Sardo,
purché sanzionate da plebisciti: l’iniziativa tornava in mano al Cavour,
sostenuto dalla borghesia e dalla nobiltà siciliane, che vedevano in lui
il garante dell’ordine sociale.
L’incontro di Teano: annessioni plebiscitarie e proclamazione del Regno d’Italia (7 marzo 1861)
26 ottobre: a Teano (CE), Garibaldi consegnò
al re il Regno delle Due Sicilie, senza chiedere alcun compenso (che non
gli fu comunque dato).
9 novembre: Garibaldi partì alla volta di Caprera; anche Mazzini ripartì per l’esilio. I plebisciti dell’ottobre/novembre 1860 sanzionarono le annessioni al Regno sardo
del Regno delle Due Sicilie, delle Marche e dell’Umbria.
Gennaio 1861: sciolto il vecchio parlamento subalpino.
7 marzo 1861: eletto su base censitaria (secondo lo Statuto piemontese) il primo Parlamento nazionale, che proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della nazione”.
Conclusioni:
1) il movimento democratico era ormai sconfitto:
l’impresa dei Mille, il maggior successo del Partito d’Azione,
era servito alla causa del liberalismo moderato di Cavour. L’unificazione italiana si realizzò tramite un semplice allargamento
del Regno Sardo; la base sociale del nuovo Stato era rigidamente circoscritta
all’alleanza instauratasi in quei mesi tra borghesia progressista del Nord e gli agrari arretrati del Sud;
2) la delusione delle masse contadine meridionali
– che già serpeggiava prima della proclamazione del Regno, sarebbe
sfociata di lì a poco in quel vasto fenomeno sociale che fu il brigantaggio.